La Storia

Pomposa-complessoI primi monaci, giunsero a Pomposa dalla ex capitale dell'impero romano d'occidente, appena riconquistata dai bizantini, per evangelizzare un territorio sconvolto dal crollo dell'impero e dalle guerre e costruirono una piccola chiesetta evidenziata a suo tempo dai rilievi archeologici nell'absidina di sinistra della chiesa attuale.
L'insediamento primitivo fu contemporaneo o appena successivo a quello, meno fortunato, di Santa Maria in Pado Vetere in valle Pega, posto appena ad sud-est dell'agonizzante, se non già completamente scomparso, villaggio di Spina. Quell'insediamento monastico in Pega non ebbe purtroppo sviluppo alcuno, nonostante che, per opera di Ravenna, nascesse nel corso del VII e VIII secolo la piazzaforte bizantina di Comacchio.

 

Pomposa invece si radicò e crebbe, abbastanza distante da Codigoro per garantire ai suoi monaci l'isolamento necessario alla preghiera, ma anche abbastanza vicino per consentire agli attivi e competenti monaci di coinvolgere la popolazione nell'opera di riassetto idraulico e agricolo del territorio dell'insula.
Coerenza assoluta dunque con il motto "Ora et labora", imperativo categorico che era ed è tutt'ora il motto dei benedettini e che ha garantito per alcuni secoli il prestigio spirituale ed economico del monastero.


Pomposa la troviamo formalmente citata per la prima volta in un documento dell'874 quando, da sempre sotto tutela ravennate, viene reclamata dal Pontefice Giovanni VII. Purtroppo, come altri monasteri, Pomposa subì anche le incursioni degli ungari, che la fecero ripiombare per alcuni decenni nel buio della storia.
Riemerge nel 981 come abbazia dipendente dal monastero di S. Salvatore di Pavia insieme, come recita un diploma di Ottone II del 30 settembre 982, alle saline, ai vigne, agli oliveti, ai campi e ad altri beni che essa possedeva nel contado di Comacchio e fuori da esso.

Ottone-IIINel 999, il 27 settembre Pomposa riesce a sganciarsi dall'orbita cluniacense cui apparteneva S. Salvatore grazie a un diploma dell'imperatore Ottone III che la affida all' arcivescovo di Ravenna.


L'antica via Popilia, ormai strada "romea" o strada del sale, che porta i pellegrini dall'Europa centrale e orientale a Roma e in Terra Santa, viene percorsa da Ravenna a Venezia dal giovane imperatore Ottone III.


L'imperatore si ferma a Pomposa tra il 10 e l'11 aprile 1001 e con una propria bolla, libera il monastero dalle pretese feudali dei vicini episcopati comacchiesi, ferraresi e ravennati e la dichiara non sottoposta ad alcun altro potere se non a quello dell'imperatore e del papa.

 


La via Popilia-romea viene lungamente battuta anche da San Romualdo, consigliere di Ottone III e fautore dell'indipendenza del monastero codigorese. Egli fu monaco prima a S. Apollinare in Classe, poi a S. Michele di Cuxia in Spagna e infine a Sant'Adalberto in Pereo (oggi S. Alberto lungo la antica via Popilia).

San-Guido Pomposa


Romualdo fu un irrequieto monaco benedettino, riformatore dell'ordine in senso cenobitico/eremitico al quale aderì Pomposa e fu fondatore di monasteri, tra i quali il più importante, fu quello di Camaldoli nelle foreste casentinesi.

Anche Guido degli Strambiati (san Guido) si porta da Roma a Pomposa verso il 990, dopo aver lasciato la ricca famiglia a Ravenna per raggiungere la città eterna.


A Roma prende gli ordini sacerdotali in attesa di proseguire il viaggio -che non farà- verso la Terrasanta.
Verrà invece a Pomposa, la cui fama già si spargeva per il mondo e di cui divenne abate nel 1008.

Sotto il suo abbaziato Pomposa acquisisce ulteriore prestigio spirituale, potenza economica e influenza politica, necessarie alla dura lotta condotta contro la corruzione e il malcostume molto diffusi nella chiesa del tempo, in particolare nelle sedi episcopali.


A questo proposito viene raccontato da San Pier Damiani il divertente aneddoto di Giovanni, vescovo non residente di Comacchio, che sequestra un porco ad una vedova che lo stava allevando, per farselo cuocere allo spiedo. Nonostante le implorazioni della donna il vescovo è irremovibile e consuma il lauto pasto. Il Signore però lo punisce procurandogli un terribile mal di gola. Consapevole della collera divina, il vescovo abbandona le insegne episcopali e prende la via di Pomposa per vestire gli umili panni del monaco. Il vescovo Giovanni non guarirà mai più, ma farà penitenza fino alla fine della sua vita presso l'abbazia codigorese.


L'abate Guido viaggia molto, sia per convegni ecclesiali sia per procurare sempre nuove donazioni di terre e di beni alla abbazia. Nel 1013 è a Roma da papa Benedetto VIII dal quale il 6 luglio ottiene la corte di Lagosanto, il diritto di pesca nel Volano, il possesso della corte Materaria e vari terreni in Faenza.


Nel gennaio del 1014 si incontra Ravenna con l'imperatore Enrico e il vescovo Arnoldo, dal quale ottiene altri beni. Guido è presente di nuovo a Ravenna nell'aprile dello stesso anno al sinodo convocato dal vescovo Arnoldo, mentre si porta a Verona, nel dicembre successivo.  Nella città devota a san Zeno ottiene un diploma imperiale a favore di Pomposa in cui si conferma il possesso della corte di Lagosanto contro le pretese di Comacchio e vari altri beni.

 

via-romea

 

Il dinamismo e la fortuna di Pomposa preoccupano i poteri feudali circostanti, al punto che il nuovo arcivescovo di Ravenna, Eriberto, verso il 1025 muove i suoi armati lungo la via Popilia-Romea contro l'abbazia diretta da Guido per distruggerla.


All'arrivo della spedizione militare sulla sponda destra del Po di Volano, Guido contrasta pacificamente e con successo la minaccia incombente. Non solo, conquista alla sua causa l'arcivescovo di Ravenna ed insieme a lui inaugura il restauro, l'ampliamento della abbazia e la riconsacrazione della chiesa nel maggio del 1026!
Il successore di Eriberto, Gebeardo, anch'egli prima diffidente verso i monaci di Pomposa, ne diventa ben presto il protettore, frequentando spesso e volentieri l'abbazia.

 

Proprio ad una visita a Pomposa dell'arcivescovo Ravennate è dedicato l'affresco che si trova nel refettorio, che ricorda il miracolo di San Guido.

Nel concilio di Tamara del 29 maggio 1031, Gebeardo dona a Pomposa alcuni monasteri alla presenza dell'Abate Lamberto di S. Apollinare in Classe, e dei vescovi di Piacenza, Ferrara, Cesena, Cervia, Parma, Sarsina e Reggio.


Nel concilio di Ferrara del 30 aprile 1042 tenuto nella cattedrale di San Giorgio vecchio (il nuovo duomo in centro sarebbe sorto solo poco meno di cent'anni dopo, nel 1135), conferma le donazioni di Tamara del 1031 e aggiunge nuove terre e nuovi privilegi (tra questi l'intera isola di Volano, la chiesa e la corte di S.Pietro in Ostellato, la corte di Monteriore, i monasteri e le chiede di S. Stefano Maggiore, di Stefano Minore, di S. Barbaziano, di S. Zaccaria).


Testimoni di questa donazioni erano, presenti a Ferrara, i vescovi di Parma, di Piacenza, di Reggio, di Bologna, di Sarsina, di Cervia, di Ferrara e gli abati Guido di Pomposa, Lamberto di S. Apollinare in Classe e Obizzo di S.Maria in Cosmedin.


Queste donazioni sono tutt'ora ricordate nella epigrafe marmorea posta nella chiesa abbaziale di Pomposa al sepolcro di Gebeardo morto nel 1044 il quale volle essere sepolto non a Ravenna, ma nel monastero codigorese:


"Qui giace il corpo del grande pontefice Gebeardo,
grazie al quale crebbe questa santa casa e questo luogo.
Donò parecchi beni, che furono legalmente riconosciuti:
che il predone abbia da soffrire come Giuda e paghi come lui."


Quella tra Pomposa e Ravenna era una connessione viaria frequentatissima, per quanto spesso ostacolata dai comacchiesi che pretendevano di imporre ingiustificati balzelli a viandanti che attraversavano quel territorio e di cui gli abati si lamentarono spesso in vari documenti ufficiali.
Nonostante le difficoltà del percorso, la via del sale viene battuta continuamente da pellegrini più o meno ricchi che nella abbazia trovano ristoro e spesso lasciano doni anche importanti, sciolgono voti e promesse fatte a Dio.


s.pier.damianiVengono per quella via anche altri personaggi di grande rilievo della storia della Chiesa, come San Pier Damiani, dottore della Chiesa, monaco a Fonte Avellana nelle Marche, chiamato a Pomposa nel 1040 da San Guido per istruire gli oltre 100 monaci residenti a quel tempo, sulla corretta vita religiosa.

Richiamato al suo monastero per prendere l'incarico di Priore nel 1043, Damiani -che a Roma con papa Stefano IX diventerà cardinale vescovo di Ostia- ricorderà sempre con affetto e stima i monaci di Pomposa presso i quali scrisse alcune delle sue più importanti opere ed ai quali dedicò il suo testo "Sulla perfezione dei monaci".


Matilde-di-Canossa resizePomposa è anche meta dei periodici viaggi di Bonifacio conte di Canossa e marchese di Toscana, padre delle più celebre Matilde che nell'abbazia viene per purificarsi dei peccati commessi nell'esercizio del potere.

Bonifacio era un estimatore di san Guido e da lui accettava anche punizioni corporali. Bonifacio veniva a Pomposa quando era a Ferrara, dove aveva delle proprietà e un palazzo, Castel Tedaldo.

 


guido-arezzoChi non dovette fare molta strada per recarsi a Pomposa fu nel 1013 circa il giovane Guido innovatore della pedagogia musicale, il quale "nato nel territorio di Pomposa" come lui stesso dichiara in varie lettere al priore Martino, all'abate San Guido e al papa Giovanni XIX e ne fa cenno nella lettera all'amico e confratello pomposiano Michele, non ebbe altro da fare che prendere la strada che costeggiava l'argine del Volano e, attraverso l'antica strada selciata Salghea come un tempo la chiamavano i codigoresi (oggi via delle prove o strada del diavolo), arrivare a Pomposa.  Molta di più ne dovette fare quando, tra il 1023 e il 1025, se ne andò ad Arezzo, lungo la strada per Roma attraverso l'appennino romagnolo-casentinese, un percorso che è stato lungamente studiato e battuto personalmente dal prof. Alberto Fatucchi.


Ad Arezzo potè trovare protezione e tranquillità presso il vescovo Teodaldo, amico di San Guido Abate e fratello di Bonifacio di Canossa contro le invidie di alcuni confratelli pomposiani contrari alle sue innovazioni in campo musicale ai quali aveva inutilmente spiegato che musica sine linea est sicut puteus sine fune!


Qui presso Teodaldo fu compreso, valorizzato e messa nella giusta luce la sua opera contenuta nel Micrologus e fatto conoscere con un viaggio a Roma nel 1028 al papa Giovanni XIX che ne apprezzò il lavoro di studioso e pedagogo della musica.Dopo un probabile viaggio in Germania, a Brema, dove era richiesta la sua presenza per illustrare le sue scoperte in campo musicale, sarebbe tornato, dopo la morte di Teodaldo nel 1036, a Pomposa come abate suffectus.


Il ritorno sarebbe dovuto alla preghiera di San Guido il quale, in un loro incontro, forse a Roma o ad Arezzo, si era rammaricato di aver ceduto alle insinuazioni degli invidiosi ed ora, pentito, lo invitava a tornare al suo monastero.


Per quanto riguarda l'abate Guido, ormai molto anziano, si lasciò convincere, controvoglia, a fare quello che sarebbe stato il suo ultimo viaggio. Il re Enrico III aveva convocato per la primavera del 1046 un sinodo a Pavia e la presenza di Guido abate era richiesta dal re. Si racconta che, in partenza da Pomposa in compagnia di due monaci, al momento di salutare la sua comunità, rimase senza parole e profetizzò che non l'avrebbero più rivisto. Viaggiando presumibilmente a piedi o a dorso di mulo data l'età, raggiunse prima Ferrara lungo la sponda del Po di Volano dimorando presso la residenza dell'amico Bonifacio di Canossa o presso il monastero di san Giorgio. Poi raggiunse Nonantola e la sua abbazia e quindi Modena. Qui prese la via Emilia fino a Parma ma, dopo 11 chilometri, a Borgo San Donnino (oggi Fidenza) dovette fermarsi. Colto da una febbre violenta vi morì il 31 marzo.


Intanto il sinodo era stato spostato al 25 ottobre, in quanto il re aveva dovuto rimandare il viaggio dalla Germania.


Nell'autunno, concluso il concilio e partito per Roma, il re trovò a Parma la salma di San Guido il cui possesso, data la fama di santità che lo accompagnava già in vita, veniva conteso tra gli abitanti della zona e i monaci di Pomposa. Enrico pose fine alla contesa facendo trasportare il corpo del santo abate a Verona, nella Basilica di san Zeno in attesa di tornare in Germania dopo il concilio di Sutri del 20 dicembre 1046. Infatti, l'anno successivo, ripassando per Verona, il re si portò in Germania il corpo di San Guido che fu tumulato nella cattedrale di Spira (Speyer) dove erano sepolti i re tedeschi.


Questa in brevissima sintesi la vicenda di San Guido Abate che tanto fece per Pomposa e per la chiesa da meritarsi il titolo di santo. Alcuni anni dopo continuò la sua opera un principe della chiesa di grande prestigio, Mainardo da Silvacandida, cardinale, già vescovo di Ostia, bibliotecario e diplomatico della curia romana.


deusdeditSotto la protezione dell'imperatore Enrico IV e quella di papa Alessandro II, l'abile guida dell'abate Mainardo, consentiva al costruttore-architetto Deusdedit di concludere la costruzione della splendida torre campanaria della nostra chiesa abbaziale di Pomposa finanziata da Atto e sua moglie Willa, personaggi probabilmente di stirpe canossiana, per sciogliere un voto.


Quella torre, di cui nel 2013 abbiamo ricordato la costruzione fu da quel momento punto di riferimento non solo per la popolazione dell' Insula Pomposiana, che viveva nei centri abitati di Codigoro, Mezzogoro, Massenzatica, Lagosanto e Ostellato, ma anche per tutti i pellegrini, più o meno illustri, che ebbero la ventura di percorrere la via per o da Roma. pomposa-campanile
Tra questi Giotto, al quale non possiamo fare a meno di pensare quando ammiriamo gli splendidi affreschi nel Capitolo, probabile lascito giottesco durante il percorso professionale ed artistico che lo condusse da Rimini a Padova nei primissimi anni del Trecento.

O come Dante Alighieri che vi soggiornò durante i suoi viaggi tra Ravenna, Venezia e Verona, incaricato delle ambascerie dai signori Da Polenta ravennati. Qui ebbe modo di ammirare gli affreschi del giudizio universale e i mosaici pavimentali, come lo splendido litostroto a cerchi concentrici dell'ingresso, forse ispiratori delle forti immagini letterarie della sua Commedia.


Proprio qui a Pomposa, di ritorno dal suo ultimo viaggio a Venezia, venti giorni prima della morte a Ravenna, lasciò -si dice- gli ultimi tredici canti del Paradiso, ultimo libro della sua Commedia, recuperati poi misteriosamente un anno dopo dal figlio Jacopo, pure lui poeta. Nel XXI canto del Paradiso Dante fa riferimento proprio al monastero di Pomposa quando fa dire al monaco camaldolese San Pier Damiani, che qui visse tre anni durante l'abbaziato di Guido degli Strambiati:


in quel loco fu' io Pietro Damiano,
e Pietro peccator fu' ne la casa
di Nostra Donna in sul lito adriano.


E cita forse in un altro passo, questa volta nel V Canto del Purgatorio, anche il nostro campanile, in riferimento alle numerose e non sempre felici vicissitudini che visse nel corso dei secoli il monastero, a causa anche delle invidie e delle malevolenze di altre istituzioni, religiose e civili.
Parla della torre campanaria pomposiana, quando fa dire a Virgilio:


vien dietro a me, e lascia dir le genti,
sta come torre ferma, che non crolla
giammai per soffiar de' venti.


La torre pomposiana, dopo 950 anni dalla costruzione e dopo oltre 700 anni dalla parole profetiche di Dante, è fortunatamente ancora lì a testimoniare che la grande fede nel trascendente che alberga nel cuore degli uomini è capace di produrre cose meravigliose e in grado di superare qualsiasi avversità.


© 2013. Daniele Rossi (Testo della prolusione storica alla conferenza del Dott. Gabriele Chiesa tenuta Lunedi 29 aprile 2013 presso la Sala delle Stilate della Abbazia di Pomposa)


Bibliografia:
- Benericetti R., L'eremo e la cattedra. Vita di San Pier Damiani, Ancora, 2007
- Centro Italiano di Studi Pomposiani, Atti del primo convegno internazionale di Studi Storici Pomposiani 6-7 maggio 1964, Giari, 1965
- Dall'eremo al cenobio. La civiltà monastica in Italia dalle origini all'età di Dante, Scheiwiller, 1987
- De strata francigena. "La melior via" per Roma, Centro Studi Romei, 2001
- Guido D'Arezzo monaco pomposiano, Atti dei Convegni di Studio, Codigoro-Arezzo, Olschki, 2000
- Laghi P., S. Guido Abbate di Pomposa, Corbo, 2000
- Salmi M., L'abbazia di Pomposa, Pizzi, 1966
- Simonini A., La Chiesa Ravennate: splendore e tramonto di una metropoli, Monte di Ravenna, 1964
- Storia di Ferrara, v. IV, L'alto medioevo (VII-XII), Corbo, 1987
- Tartari L., La via dei romei nel territorio forlivese (secc. X-XV), Società di Studi Romagnoli,1999
- Touring Club Italiano, Alla scoperta delle radici europee,i 29 itinerari del Consiglio d'Europa, TCI, 2011